In questo episodio estivo continua il viaggio nelle storie d’amore: bei romanzi che sono diventati film celeberrimi.
Ed il film che ho scelto è davvero uno dei più famosi, una commedia brillante, resa glamour dal fascino indiscusso della protagonista: Audrey Hepburn; stiamo parlando di COLAZIONE DA TIFFANY.
Benvenuti, bentrovati in un nuovo episodio di IL PODCAST (parole per vivere meglio) dove la crescita personale incontra la cultura.
Oggi vi porto a New York, tra le luci della Quinta Strada, per addentrarci nell’universo di Holly Golightly, la protagonista di Colazione da Tiffany , del libro di Truman Capote e del successivo film.
Viaggeremo tra le pagine del romanzo di Capote e tra le scene del film, diventato un cult, di Blake Edwards; cercheremo di rispondere ad una domanda che scava nelle fondamenta di ogni relazione: si possiede davvero chi si ama?
La maschera e l’armatura di Holly Golightly
Holly è un personaggio stravagante, spumeggiante, sopra le righe: sembra scivolare nella vita con il sorriso e l’aria vagamente annoiata, questo è ciò che appare ad uno sguardo distratto.
Ma soffermandosi quel tanto che basta per scalfire la superficie del suo personaggio ben costruito, Holly è una donna che vive in un eterno “assetto di guerra”, pronta a traslocare da un momento all’altro, che non dà un nome al suo gatto per non sentirsi legata, che non vuole credere all’amore e vive il rapporto con gli uomini solo come una potenziale risorsa per la sua sopravvivenza.
Gli occhiali da sole, l’abitino nero di Givenchy, l’aria noncurante sono l’equipaggiamento della sua maschera: quella che indossa per proteggersi da un mondo che ha imparato a conoscere come ostile.
Per lei, Tiffany rappresenta il luogo dove regna l’ordine e la calma, dove “nulla di brutto può succederti”. È il porto sicuro che ogni cuore inquieto sogna di trovare.
Libertà vs possesso: la vera natura dell’amore
Il dilemma di Holly è il dilemma di molti: amare significa sentirsi prigionieri?
Molti di noi confondono l’appartenenza con il possesso. Ma, come ci insegna Capote attraverso le riflessioni di Paul (il narratore), l’amore autentico è l’esatto opposto del soffocamento:
“L’amai abbastanza da dimenticare me stesso, le mie disperazioni egoistiche e da essere contento perché stava per succederle qualcosa che lei pensava felice.”
Questo è l’amore non condizionato: la capacità di gioire della felicità dell’altro senza volerlo “avere”.
Appartenere a qualcuno, nel senso più sano del termine, è una scelta quotidiana, un equilibrio tra il piacere di stare insieme e la sacralità della libertà individuale.
Le “paturnie” e il coraggio di essere se stessi
Holly chiama “paturnie” quella sofferenza profonda e senza nome che l’attanaglia. Lo dice lei stessa: non si tratta di tristezza è qualcosa di più ancestrale che sconfina nell’angoscia esistenziale, nella domanda delle domande: perché nasciamo?
Alla fine, nel film, Holly comprende che non può proteggersi dal dolore rinunciando ai legami.
Amare il gatto, prendersene cura, accettare di appartenere a qualcuno – anche solo a un animale – è il primo passo per uscire dalla corazza e permettere al proprio cuore inquieto di trovare finalmente una casa. E si lascia andare ad un pianto liberatorio tra le braccia di Paul, dell’uomo che ama, riamata
Ben diverso è il finale nel libro di Capote: la sua Holly continua a scappare, decide di andare in Argentina dove farà perdere le tracce.
Capote ha infuso molto di sé in Holly; sempre inquieto, sempre in bilico tra la voglia di essere amato e riconosciuto da quelli che contano, il jet set newyorkese, e il dolore per la ferita mai rimarginata di un’infanzia difficile. E anche lui, come Holly, si è perso scivolando nell’abisso dell’alcolismo.
Cosa ci portiamo a casa?
- L’amore non è possesso: se imprigiona, soffoca. Se è amore, lascia respirare.
- Accetta la tua inquietudine: le tue “paturnie”, le tue inquietudini sono segnali. Non scappare, impara a guardarle, ad ascoltarle: è il primo importante passo verso la conoscenza di te stesso.
- La felicità è equilibrio: si può essere liberi e, al tempo stesso, profondamente legati a qualcuno. La chiave di volta è la capacità di dimenticare il proprio “io” egoico per il bene dell’altro.
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